02 gen 2014

Perché in Italia il fenomeno mafioso è indistruttibile

di Ugo Di Girolamo
Nel giugno del 2009 pubblicavo, con la casa editrice Guida di Napoli, “Mafie, politica, pubblica amministrazione”,  sottotitolo: “E’ possibile sradicare il fenomeno mafioso dall’Italia?”.
La risposta che davo a questo interrogativo era sostanzialmente positiva, a condizione che il ceto politico italiano si rinnovasse profondamente , partendo dalla consapevolezza delle proprie responsabilità nella continua riproduzione del fenomeno mafioso, oppure che il movimento antimafia nel suo insieme costringesse i politici a emendarsi  da queste responsabilità.


   La tesi sostenuta nel saggio era che le mafie, unitariamente considerate, fossero una peculiare forma di criminalità organizzata, diversa da tutte le altre, per il particolare rapporto che esse instaurano con il ceto politico e con la pubblica amministrazione, rapporto che consente loro di penetrare nelle istituzioni dello Stato stravolgendone le finalità e piegandole ai propri interessi.


   Il rapporto tra politici e pubblica amministrazione da una parte e clan mafiosi dall’altra si realizza mediante la corruzione. In cambio di voti al politico e soldi al funzionario  statale, il mafioso ottiene illecitamente tutti quegli atti (appalti, concessioni, assunzioni clientelari, …) a lui indispensabili per succhiare soldi dal bilancio pubblico o riciclare proventi da usura, estorsioni e altre attività illegali, nell’economia legale.


   In sintesi, la corruzione pubblica rappresenta il terreno sul quale avviene l’osmosi tra politici, funzionari pubblici e clan mafiosi.

   Ne consegue che ogni tentativo di smantellare definitivamente le mafie, oltre a una rigorosa lotta sul piano militare verso i clan, ha bisogno di spezzare il legame  mafie – politica – pubblica amministrazione conducendo una battaglia contro la corruzione.  Impedire ai politici collusi di compiere quegli atti corruttivi dei quali ha bisogno il clan significa chiudere la porta di ingresso nello Stato, trasformando la criminalità organizzata di tipo mafioso in generica criminalità comune, facilmente sbaragliabile e in ogni caso non più capace di produrre  effetti devastanti  sullo Stato e l’economia.


   Il carattere “politico” della criminalità di tipo mafioso era noto sin dai tempi di Marco Monnier (La camorra, 1863) e di Leopoldo Franchetti (Condizioni politiche e amministrative della Sicilia, 1877), ma mai è stato tenuto in considerazione nella lotta alle mafie. Si è sempre perseguito il clan mafioso, ma mai ci si è applicati a reprimere quella quota di politici che con le mafie trescava..


   Nel 1982 veniva approvato l’articolo 416bis del codice penale che riconosceva, sul piano giuridico, la specificità della criminalità organizzata di tipo mafioso e il suo carattere “politico”. Ma bisognerà aspettare il 1991 per vedere la prima norma che tendeva a spezzare i legami tra clan e politici locali. La legge 221/91, che prevedeva lo scioglimento di comuni e province, cui furono successivamente aggiunte le ASL, sulla base di sospetti indiziari di collusioni con i clan. Seguì, a opera della magistratura, il concorso esterno in associazione mafiosa e infine l’art. 416ter che puniva il voto di scambio con i clan, ma solo in caso di dazioni di denaro. Cosa quest’ultima che raramente si verifica essendo i clan interessati non ai soldi dei politici  ma a quell’insieme di atti corruttivi che consentono loro di penetrare nell’economia legale e di garantirsi appalti e assunzioni clientelari.


   Alla prova dei fatti – dopo vari anni di applicazione – questi strumenti si sono dimostrati del tutto incapaci di spezzare i legami tra mafie, politici e funzionari pubblici.


   Per soprammercato, nell’agosto del 2009 (Governo Berlusconi), la legge 221/91 veniva fortemente ridimensionata. In sintesi a oltre 30 anni della presa d’atto giuridica della “politicità” del fenomeno mafioso, con l’introduzione del 413bis, i legami tra politici, funzionari pubblici e mafiosi continuano imperterriti a riprodursi e estendersi.


   Da quando pubblicai la tesi in questione e fino all’autunno del 2011 ebbi parecchi dubbi sulla sua validità teorica; possibile che solo io, un oscuro analista del fenomeno della provincia di Caserta, mi rendessi conto che la lotta alle mafie – per avere un esito definitivo -  andasse condotta  su due fronti: quello militare verso i clan e anticorruzione verso i politici e funzionari pubblici collusi?


   Questi dubbi svanirono a fine 2011 quando due magistrati di Palermo, del calibro di Antonino Di Matteo e Piergiorgio Morosini, pubblicarono due libri (con Aliberti editore il primo e Rubbettino il secondo) nei quali espressamente, a voce alta, veniva affermato che:


1. La porta di ingresso delle mafie nello Stato è rappresentata dalla corruzione; 
2. La priorità assoluta è quella di spezzare i legami tra mafie e politica, colpendo sul terreno della corruzione;
3. Senza una lotta sui due fronti,  militare e anticorruzione, si possono anche ottenere buoni risultati ma mai porre fine al fenomeno mafioso.

   Ma perché, a distanza di due anni, questa innovativa linea antimafia non viene recepita sia dalla miriade di associazioni antimafia che dai diretti interessati, il ceto politico?


   Partiamo dai politici per capire i motivi del silenzioso rifiuto. Il ceto politico italiano, sin dal 1861, si è sempre rifiutato di sottostare ai controlli di legalità. Il nuovo Stato unitario è nato ereditando dal regno Sabaudo  un ordinamento che prevedeva la dipendenza della magistratura dal potere politico (C.G. Rossetti, “L’attacco allo Stato di diritto”, Liguori, 2001). Questa subordinazione  si è protratta per quasi un secolo, fino al 1958, anno di implementazione del principio costituzionale  dell’indipendenza della magistratura con la costituzione del Consiglio Superiore della Magistratura  (CSM), organo di autogoverno dei magistrati.


   Questa subordinazione era funzionale all’esigenza del ceto politico di avere le mani libere per praticare clientelismo e corruzione, di fatto considerati strumenti indispensabili alla creazione del consenso politico.


     Un decennio dopo la nascita del CSM cominciarono a sentirsi gli effetti di questa indipendenza, con la messa sotto accusa per corruzione di numerosi politici. Pretori d’assalto furono chiamati i primi magistrati che attaccarono il santuario della politica. Il processo culminò, negli anni 93/94, in quello che è passato alla storia  con due espressioni: “mani pulite” e “Tangentopoli”; in quegli anni la magistratura mise a nudo  la dilagante corruzione del ceto politico italiano.


   La reazione dei politici a Tangentopoli si sviluppò su due linee:

1.   La corruzione cambia natura, da clientelismo e tangente  diretta si passa a forme più complesse e mediate da soggetti  terzi, attraverso l’uso di contratti atipici, quali “global service”,  “project financing”, “general contractor” e altri similari, mediante i quali capitali pubblici e privati si mischiano opacizzando le transazioni ; inoltre, attraverso la creazione di oltre 15.000 Spa e Srl  promosse da comuni, province, regioni e ministeri , società di diritto privato svincolate dalle regole della contabilità di Stato, con le quali si può praticare tranquillamente clientelismo e corruzione. Società che secondo i risultati di un recentissimo studio della Confindustria costano all'erario pubblico 22 miliardi di euro all'anno di perdite.  E’ la tesi, questa, di Ivan Ciccone, uno dei massimi studiosi del fenomeno corruttivo, pubblicata in Narcomafie, n.12 2009.
2.   Non potendo mettere in discussione il principio costituzionale  dell’indipendenza della magistratura si è operato in modo tale da depotenziarne l’azione, sia complicando le procedure garantiste, sia modificando le leggi (eliminazione dei controlli di legittimità – eliminazione dell’interesse privato in atti di ufficio, che puniva il conflitto di interessi  - depotenziamento dell’abuso d’ufficio – depenalizzazione del falso in bilancio e uno scandaloso accorciamento dei tempi di prescrizione , che nella pratica rende i reati corruttivi difficilmente perseguibili). E’ la tesi, questa, dell’ex magistrato Bruno Tinti, in “Antimafiaduemila” del 20 aprile 2012.

   Lo stesso sdoppiamento del reato di concussione,  in  “… per costrizione”  e “… per induzione” , prevedendo la reità del concusso  nel secondo caso,  va nella direzione di rendere più difficile l’individuazione dei colpevoli.


   Ma perché nel movimento civile antimafia la “linea Di Matteo – Morosini “ non ha fatto breccia?


   Provo a spiegarlo con due esempi: “Libera” e Narcomafie.

1.  Libera è una organizzazione che si dichiara laica, ma è gestita dai preti cattolici. Nella logica di questa organizzazione il valore della legalità va affermato con l’esempio. Costruire, intorno alla gestione dei beni confiscati ai mafiosi, nuclei produttivi che agiscono nella più completa legalità dovrà portare – con l’esempio di vita – all’affermazione generale del valore della legalità e al contestuale rifiuto di corruzione e clientelismo.  E’ evidente che così come il messaggio evangelico non si è mai compiuto e la società dell’amore non si è mai realizzata, è altrettanto ipotizzabile che con l’esempio di vita dei nuclei di legalità non si riesca mai ad affermare in maniera generalizzata il valore della legalità.

   Negli ultimi anni Libera si è impegnata per una modifica dell’art. 413ter (voto di scambio mafioso)  che includesse non solo i soldi ma anche altre utilità e per la confisca dei beni dei corrotti.


   E’ evidente che la modifica del 413ter renderebbe molto più efficace l’azione della magistratura, ma di per sé questo nuovo strumento non risolverebbe il problema dei rapporti mafie – politica, servirebbe molto probabilmente solo a punire qualche politico incauto. Per quanto riguarda la confisca dei beni dei corrotti, da affidare alla gestione dei gruppi per la legalità, altro non è che una estensione della linea “dell’esempio di vita”.

2. Narcomafie è una rivista qualificata che tratta delle problematiche del fenomeno mafioso. Nel 2011 ho provato a sollecitare Narcomafie,  con un articolo che richiamava l’attenzione sulla necessità di condurre una lotta alla corruzione per bloccare la penetrazione delle mafie nello Stato, ottenendo  un netto rifiuto a pubblicare l’articolo (pur avendo dichiarato la mia disponibilità a ogni  modifica ritenuta necessaria a condizione che la tesi sostenuta non venisse stravolta). Qualche settimana dopo avendo letto il libro di Di Matteo ritornai alla carica, ma questa volta non si degnarono neanche più di rispondermi. 



    E’ lapalissiano che un gruppo di giornalisti che vive scrivendo contro la mafia istintivamente,  certamente in buona fede,  è portato a non occuparsi di strategie risolutive della questione; senza la mafia il mensile Narcomafie non ha più ragione di esistere.


   In conclusione, stante l’ostinato rifiuto del ceto politico a sottostare ai controlli di legalità e perdurando la sordità delle principali organizzazioni civili antimafia ad una lotta sui due fronti (militare e anticorruzione) il problema mafioso è al momento irrisolvibile.


Bisognerà dunque abituarsi a convivere con le mafie? 


   No! Questo non è possibile. Il fenomeno mafioso è per sua natura espansivo (Violante, “Il ciclo mafioso”, 2004), tende a occupare sempre nuovi territori e a controllare tutto nell’ambito del territorio del clan. L’esito ultimo di questo processo è lo Stato mafia, qualificato da Lucio Caracciolo – Limes n.2  2005 – come quello Stato dove il capo politico e quello mafioso coincidono nella stessa persona. Di questi Stati ne abbiamo già esempi in Europa orientale (Montenegro, Trasnistria, Moldavia, …).


   Non ci resta, quindi, che sperare – in fondo la storia è imprevedibile – che prima o poi maturi nella politica un orientamento volto ad affermare, con leggi anticorruzione e anti  clientelismo, il valore della legalità, chiudendo la porta dello Stato alla penetrazione criminale.  A quel punto sarebbe solo questione di qualche altro anno e la questione mafiosa si avvierebbe a soluzione.

Nessun commento:

Posta un commento

Scrivi quì il tuo commento grazie.