25 ott 2013

Ma Berlusconi è davvero finito?


di Ugo Di Girolamo
Si, è finito! Ma non adesso, dopo i due anni di interdizione dai pubblici uffici, e neanche dopo il voto di fiducia al governo Letta, che è stato costretto a dare per non ufficializzare la spaccatura del suo partito.

Berlusconi è politicamente finito nell'autunno del 2011, quando, pur avendo una chiara maggioranza parlamentare, volontariamente decise di cedere il governo del Paese  a un tecnico. Spaventato dal disastro incombente di uno Stato prossimo a non poter più pagare stipendi e pensioni, privo di ogni possibile strategia di politica economica, ha mollato la patata bollente nelle mani di Monti e Fornero, che si sono assunti il ruolo di cirenei per raddrizzare i conti dello Stato e impedirne la bancarotta.

Nell'autunno del 2011 si è conclusa la parabola

  • Dell’imprenditore prestato alla politica, che doveva liberarci dai politicanti di mestiere , ma che è diventato il politico più attaccato alla sua poltrona parlamentare dell’intera storia dell’Italia unita;
  • Del liberale nemico di ogni statalismo, che ha accresciuto l’intrusione dello Stato nell’economia sino a compiere il supremo capolavoro di disastro economico con la vicenda Alitalia;
  • Dell’uomo che doveva dare al paese un nuovo miracolo economico e che invece ci ha condotto sull’orlo della bancarotta;
  • Del capo di governo più inviso a tutte le cancellerie dei paesi occidentali.
In un qualsiasi altro paese civile la storia sarebbe finita lì ma non in Italia. La sopravvivenza politica di Berlusconi all'esito disastroso dei suoi governi è dovuta essenzialmente alla presenza di due anomalie. Da una parte la pochezza dei suoi avversari, dall’altra l’enorme concentrazione di potere mediatico, economico e politico nelle mani di una sola persona: le sue.

La prima anomalia, la pochezza dei suoi avversari, che per semplicità personifichiamo in Bersani, Monti, Grillo/Casaleggio, la possiamo così riassumere:

a)- Bersani, nelle elezioni del 2013 ha incarnato tutti i difetti e le responsabilità della sinistra italiana nel periodo che va dal 1996, vittoria elettorale di Prodi, al 2013, sconfitta del PD.   Responsabilità che è qui superfluo ricapitolare, che vanno dalle mancate riforme dei governi Prodi, D’Alema, Amato e poi ancora Prodi, dagli aiuti sottobanco a Berlusconi, alla condivisione di fatto di leggi scellerate, in primis il porcellum, fino all’atto di suprema vigliaccheria politica del rifiuto di chiedere il governo del Paese nell’autunno del 2011, permettendo a Napolitano di affidarlo ai tecnici.
Responsabilità della sinistra che l’elettorato ha punito duramente determinandone la sconfitta  e dando il 25% dei voti a M5s, una formazione presentatasi per la prima volta alle politiche.

b)- La coppia Grillo/Casaleggio, sulla base di visioni lisergiche del futuro e di un programma limitato e confuso, centrato di fatto su soli due elementi  - punire il vecchio ceto politico e instaurare la democrazia diretta – è risultata la vera vincitrice delle elezioni. Tuttavia la coppia, invece di usare la massa di parlamentari conquistata per un’azione riformatrice con un governo PD-M5s, ha preferito chiudere in un ghetto questo enorme serbatoio di voti in vista di una futura palingenesi che dia loro la maggioranza assoluta, depauperando ogni speranza di rinnovamento  presente nel loro elettorato, spingendo il PD ad un governo con il redivivo Berlusconi, ancora una volta graziato da un destino di definitiva emarginazione.

c)- Monti, finita l’esperienza di governo, invece di puntare a riorganizzare la destra italiana in una formazione politica moderna, europea, che si sostituisse al PDL si è messo a costruire un partito di centro, tra PDL e PD, una sorta di anacronistica  neo DC. Esperimento rapidamente fallito.

Sulla seconda anomalia c’è poco da aggiungere. La concentrazione di potere nelle mani di Berlusconi è stata notevolmente accresciuta da una scellerata legge elettorale che fa dei parlamentari dei succubi del capo che li ha nominati.

Ma se Berlusconi, grazie alla pochezza dei suoi avversari e al potere economico e  mediatico, è potuto sfuggire in buona misura alle responsabilità politiche dei suoi disastrosi governi, non altrettanto è avvenuto per le responsabilità giudiziarie. Nonostante tutte le leggi ad personam  alla fine è stato condannato a 4 anni per frode fiscale, più due anni di interdizione dai pubblici uffici, e ha gravi processi a carico in dirittura di arrivo a sentenza. Ed è questo ciò che ne  determinerà di qui a poco la definitiva fuoriuscita dalla politica nazionale.
     
La consapevolezza di questa imminente resa dei conti ha scatenato la guerra nel PDL per l’eredità del de cuius  e ha messo in movimento l’intera area di centro destra, dal PDL a Scelta Civica, facendo emergere alla luce del sole  il lavorio sotterraneo,  già da tempo in atto, finalizzato alla riorganizzazione della destra italiana del dopo Berlusconi.

In effetti, a guardare le precedenti crisi di regime della storia italiana, 1922/24, post 2°guerra mondiale, 1993/94, ci si accorge che la destra politica si è sempre rinnovata (nel bene e nel male) riprendendo il comando del Paese: Mussolini, De Gasperi, Berlusconi.  Naturalmente anche la sinistra è stata costretta a fare i conti con i cambiamenti, riadeguando se stessa alle nuove condizioni.

Ma la differenza tra destra e sinistra sta nella diversa velocità di cambiamento e nella radicalità del rinnovamento.

Tuttavia, rispetto alle crisi di regime del XX secolo vi è da registrare un elemento di novità rappresentato proprio dalla sopravvivenza del peso politico di Berlusconi al disastro da lui causato. Una sopravvivenza che sta ostacolando la riorganizzazione della destra italiana.
     
I due tentativi di ridefinizione della destra sinora esperiti, Monti e Grillo/Casaleggio, sono alle corde. Fallito il primo, il secondo, M5s, comporta dei costi talmente elevati (ritorno alla lira e chiusura in se stessa  dell’Italia) che nemmeno i potenziali maggiori beneficiari di un tale progetto – gli industriali – lo accettano. Resta da vedere, quindi, cosa sortirà dal lavorio in corso nel PDL , in Scelta Civica e in altri gruppi minori della destra economica.
     
A sinistra, nelle primarie Bersani – Renzi si è consumato uno scontro tra due concezioni politiche, quella socialdemocratica e quella democratica. Gli oligarchi del PD e il corpo elettorale della sinistra, ancorati ferreamente alla vecchia concezione socialdemocratica ereditata dal PCI, hanno decretato la vittoria di Bersani e la sconfitta del PD alle elezioni. Ma proprio la sconfitta elettorale del PD ha riaperto lo scontro tra “Partito socialdemocratico” e  “Partito democratico”, tra le due anime dell’attuale sinistra italiana.
     
In conclusione, mi sembra di poter affermare che chi per primo, tra destra e sinistra,  risolverà il riadeguamento della propria proposta politica determinerà i caratteri essenziali del nuovo regime politico istituzionale che l’Italia attende. E per la prima volta, grazie proprio al peso negativo che sta esercitando Berlusconi nell’impedire il rinnovamento della destra, la sinistra italiana ha qualche possibilità di arrivare per prima al rinnovamento e all’elaborazione di una proposta convincente per la maggioranza degli italiani, spezzando definitivamente uno schema storico che per tre volte nel corso di un secolo si è ripetuto: la destra che sopravvive – nel comando del Paese – ai suoi disastri. Schema che rappresenta la vera anomalia dell’Italia rispetto all’Europa occidentale.

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