21 feb 2012

Vent’anni fa tangentopoli. Un bilancio amaro

Venti anni di resistenza del ceto politico italiano per sottrarsi ai controlli di legalità

di Ugo Di Girolamo
Il 17 febbraio del 1992, Mario Chiesa, il “mariuolo”, venne arrestato in “flagranza di tangente”. L’episodio fu considerato l’inizio di quella fase straordinaria di lotta alla corruzione passata alle cronache con il nome di Tangentopoli.

L’ex procuratore aggiunto Gerardo D’Ambrosio, all’epoca coordinatore del Pool di Milano, in una recente intervista all’Unità ha definito quella stagione "una grandissima occasione persa… che avrebbe potuto cambiare profondamente il Paese”. D’Ambrosio, però, non ci dice come e perché l’occasione fu persa, ma solo che ad un certo punto “il clima cambiò”, vi fu una “… forte reazione della politica contro la magistratura. Partì una campagna di delegittimazione dei giudici che, per la verità, non si è più spenta”.

Il primo tentativo del ceto politico
 A chiudere definitivamente la stagione di Tangentopoli e ad avviare un riequilibrio di potere tra magistrati e politici a vantaggio di questi ultimi ci provò subito Berlusconi nel 1994, appena nominato presidente del Consiglio con il Decreto Biondi.

Berlusconi, che pure aveva largamente utilizzato il clima giustizialista e il vasto sentimento antipolitico per vincere le elezioni, provò a far passare una amnistia per i reati di corruzione e di fatto a impedire che si perseguissero i corrotti. Il tentativo sollevò un’ondata di sdegno popolare e non andò a buon fine. Tuttavia, da quel momento partì una campagna di delegittimazione della magistratura volta a riportare il terzo potere dello Stato sotto il controllo dei politici.

I comportamenti del centro-sinistra

L’occasione per porre fine ad una vasta pratica corruttiva e determinare una profonda svolta, soprattutto nei rapporti tra politici e cittadini, fu persa perché il ceto politico italiano si rifiutò di sottoporre se stesso e il suo agire ai controlli di legalità della magistratura. Mettere sullo stesso piano, con l’espressione “ceto politico”, destra e sinistra, Berlusconi e il centrosinistra, può apparire, agli elettori di sinistra, arbitrario e immotivato, un comportamento qualunquista mosso solo da astio antipolitico e ignoranza dei fatti.

Vediamoli, dunque, questi fatti! Certo attacchi gravi alla magistratura da parte del centrosinistra non ci sono stati, ma niente è stato fatto – quando si poteva – per riformare profondamente l’amministrazione pubblica, per metterla al riparo della corruzione perenne e dilagante. Nessuna nuova procedura o struttura di controllo è stata creata per impedire le pratiche corruttive, né, ad esempio, è stato riformato l’articolo 416 ter del Codice penale che punisce il voto di scambio tra politici e mafiosi, ma solo nel caso di dazioni di denaro, la qual cosa quasi mai avviene in quanto le parti sono interessate non ad uno scambio di voti contro denaro, ma a voti contro appalti e assunzioni clientelari.

Nel 1996 il centrosinistra vince le elezioni, Prodi diventa presidente del Consiglio, nel Parlamento vengono votate due Commissioni ad hoc per proporre rimedi contro la corruzione; una promossa dalla presidenza della Camera e l’altra dal Ministro della Funzione Pubblica. Si iniziò, inoltre, a discutere della costituzione di un organismo nazionale di controllo anticorruzione, che fu subito soprannominato Il “Gendarmone”. Le due Commissioni elaborarono 22 progetti di legge anticorruzione.

La ventesima proposta – ad esempio – sollecitava la reintroduzione del controllo di legittimità sugli atti amministrativi e – sul modello francese del Comitato Nazionale di valutazione dei prezzi e dei rendimenti – una valutazione a campione sul merito delle spese effettuate.

Oggi, incredibilmente, siamo nella condizione che, in un Comune il Dirigente di ripartizione che produce l’atto amministrativo è lui stesso che ne certifica la legittimità. Chi non è d’accordo può solo rivolgersi al TAR, con notevole dispendio di tempo e denaro.

Alla fine dei cinque anni di legislatura, del “Gendarmone” si perse memoria e delle 22 proposte ne fu approvata solo una, quella relativa ai rapporti tra procedimento penale e procedimento disciplinare per i pubblici dipendenti.[1] Né negli ultimi due anni si riuscì a trovare il tempo per recepire la Direttiva europea anticorruzione del 1999. Direttiva, che a distanza di 13 anni non è stata ancora recepita nella legislazione italiana

Riparte l'attacco alla magistratura

Nel 2001, con il ritorno di Berlusconi riparte un processo, non invertito o contrastato nel 2006 dal secondo governo Prodi, volto a ricondurre la magistratura sotto il controllo della politica. Delegittimazione dei magistrati, delegittimazione del processo e della legge stessa, modifiche alle norme di procedura penale, depenalizzazioni e accorciamenti dei tempi di prescrizione hanno reso i reati di corruzione di fatto scarsamente perseguibili.

I metodi corruttivi si rinnovano

A metà degli anni novanta, con i processi di Tangentopoli in pieno svolgimento, si cercano nuove strade per prelevare indebitamente ricchezza dal bilancio dello Stato e praticare clientelismo. Essenziale, quest’ultimo, a dividere i cittadini e a mantenere il consenso politico.

Per Ivan Ciccone (Narcomafie, n. 12, 2009) si è passati dagli enti, istituti e aziende di diritto pubblico per gestire funzioni nazionali o servizi pubblici locali, ad una miriade di Spa o Srl promosse dai ministeri (oltre 1500), dalle Regioni e dagli Enti Locali (più di 14.000) aziende svincolate dalle regole della contabilità di Stato, non soggette ai controlli della Corte dei Conti, libere di acquisire forniture o servizi dal mercato senza alcuna regola e con Consigli di amministrazione zeppi di “amici degli amici” e personale rigidamente selezionato dalla macchina clientelare.

L’esperienza in proposito fatta dalla gestione commissariale in Campania dei rifiuti urbani, tra il 1995 e il 2008, è forse l’esempio più illuminante di queste nuove tendenze del ceto politico.

I 18 consorzi intercomunali obbligatori, nei quali fu divisa la Campania, e le 20 Società di diritto privato da essi generate sono state, a detta della Commissione Parlamentare d’Inchiesta sul ciclo dei rifiuti, “… luoghi di incontro tra malavita camorristica e mala amministrazione”. Nei 14 anni di gestione commissariale il numero degli addetti al settore è diventato il doppio rispetto alla media nazionale.

La relazione corruzione-mafie

La corruzione, secondo le stime della Corte dei Conti e della Banca d’Italia, sottrae ogni anno 60 miliardi di euro al bilancio dello Stato italiano. Gli effetti che essa ha sull’apparato produttivo e sulla vita pubblica italiana sono molteplici e vanno ben al di là del semplice furto dalle casse pubbliche. Tra questi effetti ve n’è uno che solitamente viene ignorato dagli analisti della materia, che consiste nella funzione di raccordo che essa ha tra politici, amministratori pubblici e clan mafiosi. È sul terreno della corruzione che si concretizza il rapporto tra mafie e politica. La lotta alla corruzione diventa, quindi, uno strumento fondamentale per spezzare il legame tra politici e clan, ma anche per avviare una rigenerazione del ceto politico italiano

Il bilancio finale

Oggi a distanza di venti anni dallo scoppio di tangentopoli la situazione è molto più grave di allora. Si sono ulteriormente indeboliti gli strumenti di controllo e le normative di contrasto, sono stati creati strumenti per gestire il denaro pubblico con le norme del diritto privato, arrivando a diffuse forme di “ corruzione legalizzata”, si è ridotta la magistratura all’impotenza. Solo l’aggravarsi della crisi economica che ha comportato l’allontanamento di Berlusconi dal governo, ha impedito a quest’ultimo di portare a compimento il suo disegno di sottomissione della magistratura al potere politico con la sua “riforma epocale” della giustizia.


[1] Bernardo Giorgio Mattarella, “Le regole dell’onestà. Etica, politica, amministrazione”, Il Mulino, 2007, pp.18-21

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